Facebook, Cambridge Analytica, privacy. Cosa significano per la moda?

Facebook, Cambridge Analytica, privacy. Cosa significano per la moda?

Sapevate che la “talpa” di Cambridge Analytica che ha fatto esplodere lo scandalo Facebook ha elaborato il suo algoritmo studiando moda? Queste e altre notizie nel nuovo podcast

 

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In questa puntata dei Fashion Podcast di My English Mood parliamo di internet e segnatamente di Facebook. Tutti voi avrete senz’altro sentito parlare dello scandalo Cambridge Analytica, cioè del furto e dell’uso fraudolento dei dati privati delle persone tramite Facebook. Uno scandalo che ha costretto Mark Zuckerberg ad andare a testimoniare davanti al congresso americano e che ha costretto tutti i social network a correre ai ripari introducendo nuove norme sulla privacy.

Proprio in questi giorni, per altro, entra in vigore il nuovo regolamento europeo sulla protezione dei dati (GDPR) che obbliga siti intenet di tutti i tipi (compresi quindi blog come questo ed e-commerce) ad adeguare le loro privacy policy. Giusto ieri si è svolta anche l’audizione a distanza del fondatore di Facebook davanti al parlamento Ue, che a quanto pare non è andato benissimo.

Ora vi starete magari chiedendo cosa c’entra tutto questo con la moda. La risposta arriva subito e non è scontata come potrebbe sembrare a prima vista: cioè non è infatti solo questione di influencers,  instagram e pubblicità mascherata.

Per districarci in questa materia ho scelto la formula della rassegna stampa. Selezionando alcuni articoli, uno da Vogue di maggio e due da Business of Fashion.

Lo scandalo Cambridge Analytica e la moda

Il numero di maggio di Vogue propone un’intervista Christopher Wylie, la gola profonda, la talpa che ha fatto emergere lo scandalo Cambridge Analytica. Merita perché getta una luce inquietante sull’uso che persone senza scrupoli possono fare dei nostri dati per manipolarci in sostanza facendo una disinformazione su larga scala. E il bello, o il brutto, è che Wylie viene dalla moda. Il metodo (un algoritmo) usato in Cambridge Analytica era stato messo a punto quando Wylie studiava trend forecasting nella moda… «E’ per questo che guardo alla moda: per capire meglio i sentimenti della gente.

Se molti stilisti fanno roba ironica – o stupida come la t-shirt da 200 euro con il logo DHL – la gente la compra, è perché c’è un crollo totale della fiducia nelle istituzioni, comprese quelle della moda. La dice lunga su come vediamo il mondo in questo preciso momento. E’ in questo senso che la moda – e la cultura in genere – è importantissima».

Facebook in crisi anzi no

Appena scoppiato lo scandalo Cambridge Analytica, molti hanno cominciato a temere un fuggi fuggi generale da Facebook. Tra questi anche le aziende di moda. I colossi del lusso hanno investito parecchio nella piattaforma di Zuckerberg. Non solo per vendere i prodotti ma anche e soprattutto per relazionarsi con i consumatori e costruire una propria comunity. Tutti sforzi che rischiavano di finire in nulla.

In realtà, per loro fortuna, non è andata così. Come si legge in questo articolo di Business of Fashion, benché le persone siano diventate un po’ paranoiche e sospettose, non sono calati né gli utenti attivi né le entrate di Facebook. Resta il problema, segnala sempre Business of Fashion, del comportamento dei media tradizionali.

Ormai tutti raccolgono e vendono i dati degli utenti, ma non lo dicono o lo dicono sottovoce. Forse invece dovrebbero essere più trasparenti. Gli editori sostenuti economicamente dagli annunci pubblicitari dovrebbero spiegare in modo più chiaro che il marketing basato sui dati degli utenti consente loro di fornire contenuti gratuitamente. Per molti consumatori, questo potrebbe essere uno scambio utile.

Illetterati glitterati

Concludo questa carrellata di notizie e approfondimenti con l’ultimo editoriale di Angelo Flaccavento su Vogue, a mio parere il miglior critico di moda italiano

Per approfondire tutti questi argomenti ascolta il podcast!

 

Happy week!

…and remember: age does not matter

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